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Parco archeologico
Manduria è una città che avrebbe potuto benissimo aspirare alla denominazione di: Manduria “Messapica”, visti i notevoli resti di questa antica civiltà ancora presenti nell’area. Tra i resti archeologici tutelati all’interno di un esteso parco, vanno innanzitutto menzionate le mura megalitiche, testimonianza della potenza dell’antica civiltà messapica.
I resti di queste mura, costituite da tre cerchie murarie, circondate da ampi e profondi fossati, con caverne e camminamenti sotterranei inducono a pensare che la città, sorta su di un terreno piano, privo di difese naturali, abbia avuto eminenti funzioni difensive. Più o meno concentriche l’un l’altra, le tre cerchie di mura appartengono a tre fasi diverse della storia della città. Il tracciato originario di queste mura, naturalmente non si è conservato, ma si può ipotizzare e ricostruire in tutto il suo perimetro (soprattutto per la cinta esterna). Il circuito più esterno è quello più imponente, con 5 metri di spessore, 6-7 metri di altezza e lungo più di tre chilometri. Intorno a questo circuito correva un fossato, scavato nella roccia e profondo più di 5 metri, da attribuirsi al III secolo a.C., ovvero al periodo della guerra contro Annibale e alla definitiva conquista romana. Il materiale adoperato per tutti e tre i circuiti è il tufo locale, facilmente lavorabile e in parte ricavato dallo scavo dei fossati attorno alle mura. Dall’interno della città vi erano lunghi passaggi sotterranei, che conducevano fuori le mura. Sicuramente in tempo di assedio servivano ad introdurre nella città soccorsi e viveri o consentivano ai soldati di sorprendere il nemico alle spalle; ancor oggi rimangono le tracce di tre passaggi che si snodano per chilometri sotto la città.
Immediatamente oltre il fossato delle mura esterne, esiste una grande necropoli, messa maggiormente in evidenza durante gli scavi del 1956. Sono decine e decine le tombe ricavate nel bancone roccioso, una accanto all’altra, di forma e dimensioni diverse, molte delle quali ancora oggi conservano integro buona parte dell’intonaco e tracce di decorazione (piccole fasce di colore azzurro o rosso) alquanto evanescenti per la prolungata esposizione alle intemperie e all’incuria. Dal tipo di corredo funerario rinvenuto al loro interno, possono appartenere ad un’epoca che va dal IV al II secolo a.C. Quasi tutte queste tombe dovevano essere coperte da pesanti lastre di copertura, di cui oggi resta solo qualche raro esempio superstite.
Nei pressi delle mura messapiche, sempre all’intenro del parco sorge la chiesetta ?paleocristiana? di San Pietro Mandurino, composta da un vano superiore da cui si raggiunge una composita cripta ipogea. La struttura sotterranea sembra riutilizzare in parte una preesistente tomba a camera di età ellenistica, come era di moda nel Medioevo, quando le antiche tombe venivano spesso trasformate in luoghi di culto “eremitici”. Tutti gli ambienti sono affrescati con pitture eseguite in epoche diverse, rappresentanti figure di Santi e scene della nascita e passione di Cristo.
Apoca distanza dalle cerchia murarie dove si sviluppa l’antico abitato, sorge il monumento simbolo della città, il Fonte Pliniano. Risale certamente all’epoca messapica, quando doveva essere adibito al culto di un qualche nume sconosciuto del pantheon e deriva il suo nome da Plinio il Vecchio, che lo descrive nella “Historia Naturalis” (libro II cap. 108).
Si tratta di una grande caverna naturale di 18 metri di diametro e 8 di altezza, accessibile da una larga scala a due rampe, scavata anticamente nella roccia. Nel sommo della volta si apre un grande lucernario, che illumina l’ipogeo e che in superficie presenta un muro circolare da cui fuoriesce un albero di mandorlo che la tradizione vuole esistente dall’antichità. All’interno della grotta c’è una vasca pure cinta da un muro rotondo, fronteggiata da un pozzetto quadrato, da cui tuttora sgorga quell’acqua narrata con stupore e meraviglia dallo stesso Plinio, visto che il livello si mantiene perennemente costante.

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